Io, che non ho studiato medicina e nemmeno psicologia, posso
solo raccontare e interpretare ciò che ho sentito con la morte delle mie
figlie.
Partiamo da un primo dato: mia madre è morta nel 1999.
Dico questo perché ho esperienza di lutto, so cosa significa
trovarsi in un momento in cui la vita cambia di colpo, so qual è il desiderio
spasmodico di poter avere un tasto rewind da pigiare e andare a cambiare il
corso degli eventi.
Ho vissuto il lutto: quello degli occhiali scuri dietro cui
piangere, quello di vedere il corpo morto di mia madre chiuso in una bara, per
poi essere murato in un buco, quello di dover fare senza e non avere più scelta.
Ero ragazza, abbastanza grande da poter perdere una madre
senza essere privata della parte più importante della sua presenza.
Per lei ho pianto alcuni giorni, poi ho imparato a vivere
con lei, senza di lei.
Molti, ancora oggi, con una certa malinconia, si lasciano
sfuggire frasi come: “Eh…. Se tua mamma fosse viva… chissà cosa penserebbe…”
Io rispondo immancabilmente che mia madre è morta, è inutile
immaginare una realtà che non è.
Non c’è mai stato un giorno in cui non abbia pensato a lei,
senza malinconia, senza rabbia, senza dolore. Il mio pensiero va lì perché lì
c’è mia madre.
Non ho mai immaginato cosa avrebbe fatto, né cosa avrebbe
detto, ma ricordo come era e sorrido quando mi riconosco nei suoi tratti più
bizzarri.
Per le mie bambine non ho provato nulla di paragonabile: è
stato tutto centuplicato.
Ma perché?
In primo luogo penso ci sia il fatto che non si realizza mai
davvero che un figlio possa morire.
E un figlio in attesa non muore, al massimo e raramente si
perde.
…come se si potesse ritrovare…
E quando si perde, lo si può ritrovare concependone subito
un altro.
Invece quel figlio muore e muore per sempre: non si
ritroverà mai più.
Con la morte di questi figli sfumano tutte le aspettative
legate a loro, i sogni e le speranze si infrangono e il legame che si instaura
fra madre e figlio si spezza definitivamente.
Ho provato proprio una sensazione di vuoto, di abbandono.
Il legame è quella parte invisibile che aggancia la madre al
figlio, la parte che qualche vota si confonde con gli ormoni.
A Elia non piacevano i cibi: nessun tipo di cibo. Elia è
stata difficile.
A Noah piaceva il sole e coi cibi ce la cavavamo un po’
meglio.
Noah mi ha detto che stava andando via… ma io non ho potuto
farci niente.
Ho scelto di conoscere la verità, ma quando l’ho avuta sotto
al naso, ho scelto di negarmela ancora un po’, perché è difficile lasciare andare
i propri figli.
Il grosso del dolore è una mia responsabilità: io non le ho
sapute far vivere, io non le ho protette, io non le ho accompagnate, io le ho
trattenute, io che c’ero: ma dov’ero?
Queste perdite sono un lutto perché di fatto cessa di
pulsare un cuore, cessa di esistere una persona con un patrimonio genetico
unico e ineguagliabile e noi non l’abbiamo potuta né conoscere, né vivere. Ne
siamo stati privati.
Il termine “aborto” deriva dal latino abortus, dal verbo aborior,
significa venir meno nel nascere.
Il termine “lutto” deriva dal latino luctus, dal verbo lugere,
che significa piangere.
Noi piangiamo coloro
che sono venuti meno nel nascere.
Direi che il motivo per cui un aborto è a tutti gli effetti
un lutto, risulta chiarissimo.
Piuttosto mi domando per quale motivo la società neghi
l’evidenza.
Perché chi non si vede, non esiste, dunque non muore?
Perché negare è come rimuovere, dimenticare?
Perché è un fallimento? Di tutti: della madre, del padre e
della medicina.
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