La sepoltura dei feti

Innanzi tutto è importante sapere che qualunque bambino morto durante l'attesa, di qualunque età gestazionale, può ricevere sepoltura.

La legge pone una differenza sostanziale fra i 'prodotti del concepimento' di età gestazionale superiore alle 28 settimane - i quali, se partoriti morti, sono considerati 'nati-morti', quindi devono essere iscritti all'anagrafe, hanno diritto alla sepoltura e alla cerimonia funebre - e quelli di età gestazionale inferiore alle 28 settimane - i quali non godono degli stessi diritti.
I 'prodotti del concepimento' di età inferiore alle 28 settimane, non possono essere iscritti all'anagrafe, mentre la sepoltura e la cerimonia funebre è un LIBERA SCELTA dei genitori.
Il vuoto più significativo in questo caso risulta essere proprio l'informazione.
La struttura sanitaria dovrebbe informare i genitori di questa opportunità, ma, considerato che non ne è obbligata, molto spesso non lo fa.
Ai genitori è consentito richiedere la sepoltura entro 24 ore dall'espulsione del feto.
Tempi che risultano essere davvero molto stretti, se si considera che molti non ricevono l'informazione, ma ne vengono a conoscenza, a volte per puro caso, se cercano in rete qualche faro nel buio per districarsi nel loro dolore.
Parlare di questo argomento è cosa molto delicata. Lungi da me dare direttive o consigli, perché qualunque scelta si faccia porta con sé le sue difficoltà. 
Mi limito a raccontare la mia esperienza, solo per quello che è stata.
Noi abbiamo scelto di seppellire le nostre figlie. 
Scegliere di seppellire Elia non è stato immediato, abbiamo avuto bisogno di alcuni giorni, per capire, per tradurre ciò che sentivamo e per individuare una strada che ci aiutasse a trovare un po' di pace.
Nonostante fossero passate più delle 24 ore canoniche, la struttura sanitaria non ha fatto obiezioni alla nostra richiesta, probabilmente perché essa stessa colta in fallo, dato che si era arrogata il diritto di scegliere per noi, non informandoci delle opzioni previste per nostra figlia.
Il fatto curioso è che io ritenevo fosse 'esagerato' seppellire mia figlia, lo presumevo anche quando sapevo di averla morta dentro di me e aspettavo di poterla partorire.
In quei giorni di attesa, mi sono lasciata uno spazio per definire il mio sentire: avevo la percezione che solo dopo il parto avrei potuto capire davvero cosa fosse più idoneo per noi.
La molla che mi ha fatto decidere per la sepoltura è stata la difficoltà di darle un posto.
Tornata a casa con 'le braccia vuote', non sapevo dove metterla. 
Non c'era, ma c'era stata? E se c'era stata, dov'era?
Avevo proprio bisogno di saperla in un posto, per avere certezza che fosse esistita e certezza di quale fosse stato il suo destino.
Seppellire Elia è servito a me.
E' servito a noi per prendere coscienza della realtà dei fatti. Per riconoscere a lei un posto nella nostra vita, nella nostra famiglia e per riconoscere a noi il nostro ruolo verso di lei. Ci è servito per renderla uguale agli altri nostri figli e per rendere noi ugualmente genitori, anche se di una bambina che non avevamo più e che nessuno aveva potuto conoscere.
Per Noah abbiamo chiesto immediatamente di poterla seppellire, ma il percorso è stato comunque appesantito da una burocrazia che non sapeva come gestire le sepolture di feti morti prima di avere compiuto le 20 settimane di gestazione.
Questi feti possono essere sepolti nello stesso identico modo di quelli che hanno già raggiunto la 20esima settimana.... Oggi la struttura sanitaria in cui ho partorito Noah, forse lo ha appreso.
La mia esperienza in materia di 'sepoltura' è stata molto faticosa.
Tutto è stato molto più complicato proprio a causa della mancanza di informazione.
In ogni caso, pur con le difficoltà e la pesantezza di un percorso doloroso, mal gestito e dal risultato poco dignitoso, il rituale compiuto è stato capace di definire il mio ruolo, quello delle mie figlie, e mi ha obbligato a fare i conti con l'evidenza dei fatti: la loro morte.
Compiere questa gestualità mi è servito ad elaborare il lutto nel modo più adatto alla mia sensibilità.
La sepoltura di questi bambini è una libera scelta. 
Ognuno ha diritto e bisogno di gestire il proprio dolore nel modo più adatto alla propria emotività, senza forzare il proprio confine.
La sepoltura, di per sé, può avere senso per chi resta, non è necessaria per chi non c'è più.
Così come altri rituali che si considerano 'utili', se non 'necessari', hanno lo scopo di aiutare a pacificare chi resta, non servono a chi non c'è più.
Noi, per esempio, abbiamo scelto di non vedere le nostre figlie morte.
Molti lo fanno, anzi, è una gestualità entrata nell'ordinario degli operatori sanitari, tanto che l'ostetrica che ci ha accompagnati nel parto di Elia, nemmeno si è posta il problema, ma ha solo fatto il gesto di porci Elia in braccio. L'abbiamo rifiutata. E non perché volessimo rifiutare nostra figlia, ma perché non era così che volevamo conservarne il ricordo. Elia, come Noah, è morta ed è rimasta dentro di me a macerare per alcune settimane, tanto che dall'ecografia stentava a riconoscersi la forma del suo corpo... tanto da trarre in inganno il medico nello stabilirne il sesso.
Avrei preso in braccio le mie figlie se avessi ritenuto che questo gesto sarebbe stato utile a me. Ma ho ritenuto che non lo fosse. E, se tornassi indietro, rifarei esattamente la stessa cosa.
La morte è difficile per chi resta... 
Io credo che attraverso lo svolgere di alcuni rituali, noi che restiamo, cerchiamo di appagare il nostro bisogno di allontanarci gradualmente da chi non c'è già più, di soddisfare il bisogno di comunicare il nostro affetto a chi se n'è andato e, in questo modo, proviamo a darci pace.
Se un genitore decide di non seppellire il proprio figlio, non penso che lo ami di meno, penso semplicemente che abbia scelto di fare i conti con la sua assenza in un altro modo, quello più adatto alla sua sensibilità.
Occorre tempo per prendere le misure con un dolore così, a volte capita di capire solo nel tempo che alcune gestualità potrebbero essere d'aiuto, perciò penso che 24 ore per prendere questa decisione, siano davvero molto poche. Tanto più che la sepoltura non è immediata: noi ci abbiamo impiegato (entrambe le volte) circa 40 giorni.
Proprio a causa della sovente mancanza di informazione e della ovvia difficoltà dei genitori ad affrontare un dolore così grande, non è inusuale che non si prenda in considerazione l'eventualità di seppellire il proprio bambino e, a volte, anche molto tempo dopo, ci si può accorgere di sentire il desiderio di sapere dove sia stato collocato.
Nel caso in cui non siano i genitori ad occuparsi della sepoltura, lo fa la struttura sanitaria stessa. Le modalità variano da regione a regione e a seconda dell'età gestazionale del bambino. 
E' possibile avere informazioni in merito, facendo richiesta alla struttura sanitaria in cui si ha partorito.
L'Associazione Ciao Lapo,  a quanto si evince dal suo sito, si offre di eseguire le verifiche del caso, facendo le veci dei genitori (qui si trova la modulistica da compilare).
Il nostro è un paese contraddittorio, quando si parla di aborto tutto diventa un fatto personale, acquisire libertà per sé si traduce sempre nell'ira di chi si sente erroneamente giudicato.
Io tifo per la libertà di tutti: qualunque scelta è 'giusta', se chi la deve sostenere riesce a farlo in equilibrio e armonia con se stesso e con gli altri.
Così mi infastidisce chi si arroga diritti che non ha e chi non consente la libera scelta.
La struttura sanitaria che non informa si arroga un diritto di scelta che non ha. Impedisce ai genitori di usufruire della propria libertà.
Ho letto recentemente un articolo ("Aborto, riti religiosi anche per ' bimbi mai nati'. Anche senza il consenso dei genitori") che evito di commentare, ma rientra fra le azioni che considero lesive della libertà...
Le numerose associazioni pro questo e quello, trovo che influenzino troppo decisioni così tanto personali, quando il peso delle stesse graverà solo sulle spalle di chi è stato influenzato.
Viviamo nella culla del cattolicesimo... e si sente!
Noi abbiamo voluto seppellire le nostre figlie, ma non abbiamo officiato alcun rito. Eravamo soli, mio marito ed io, mentre l'operatore del cimitero copriva le piccole bare con la terra. 
A noi quelle giornate sono servite così. Senza religione, in intimità.
Siamo stati vicini, mio marito ed io, in silenzio, a dire addio alle nostre figlie, domandandoci perché dovessimo seppellire due scatole di legno, con all'interno un contenitore di plastica, pieno di qualcosa che doveva essere il corpo di Elia e Noah, in un posto che somigliava più ad una discarica che ad un cimitero...
Qualunque atto, compiuto o non compiuto,  è faticoso quando si tratta di confrontarsi con la morte di un figlio.
Certe scelte non sono più o meno difficili di altre, sono solo le più adatte. 
Ciò che conta, alla fine, in un modo o nell'altro, è trovare la propria pace.

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