Un segno dell'aborto sulla mia maternità.
Sono sdraiata accanto a lui, lo osservo mentre dorme...
E' quel piccolo puntino... Quel puntino quasi invisibile attaccato a me per un soffio.
E' proprio lui.
Non ci credo...
E' già grande! Mi è scappato dalle mani... Eppure non mi sono allontanata da lui nemmeno un attimo. Siamo allacciati fin da quando era un puntino.
Respira.
Respira.
Respira.
Lui respira, mentre io ho smesso quando ho scoperto di custodire un puntino...
Sdraiata per settimane, sperando che si aggrappasse al mio utero rattoppato.
Con la paura di vederlo scivolare via con un colpo di tosse, uno starnuto, un respiro...
Mi sto sforzando di chiamarlo col suo nome... dovrà imparare a girarsi, se qualcuno lo chiama.
Che fatica!
Sono otto lettere impronunciabili.
Le ho scritte, ricamate, pensate, sperate, pregate... ma non riesco a dirle.
Nonostante sia qui e stia respirando. Ancora.
Ho paura. Sempre.
Che smetta di respirare.
Senza una ragione. All'improvviso.
Così di notte mi sveglio spesso per controllare che il suo petto si muova. Poi è la volta di mio marito: si sveglia spesso di notte e mi sveglia la sua figura che mi sovrasta, mentre cerca di intuire se il suo petto si muova...
Non passa. E' una paura che non passa...
Lo tengo in braccio, allacciato a me. Lo cullo e lo annuso... è lui. Quel puntino.
Che manine piccine! Eppure sono già grandi.
Ha il pollice di papà.
Chissà di chi era il pollice di Elia...
E' questo che mi sono persa. E' questo ciò di cui siamo stati privati.
Un sospiro.
Poi sorrido.
Qui ho un puntino diventato grande.
Respira. Lui respira.
Inutile farsi domande a cui non si possono dare risposte.
Ma sì, forse Noah aveva i miei occhi. Che bello! Almeno uno dei miei figli li ha ereditati!
So che non sono la stessa... So che c'è una parte del mio essere mamma di Tristano che viene dalla perdita, dal dolore.
E' inutile far finta che questo figlio vivo cancelli quelle morte. Non può.
Eppure non le porta nemmeno con sé. Per fortuna!
Solo io ne porto il segno. E questo segno incide su di lui. Inutile negarlo.
Ho fatto fatica a trovare una misura. Una misura nuova, che contemplasse questo segno.
La gratitudine mi stava offuscando la vista...
La gratitudine avrebbe potuto togliermi la misura.
Se piange è perché vive, se mi vuole è perché vive, se non dorme è perché vive, se io non esisto più è ancora perché lui vive...
Quanta fatica imporre una misura!
Imporla a me, perché lui non crescesse segnato dal mio segno.
La stanchezza, la fatica, perfino la rabbia, sono alleate e complici di una normalità fatta di un segno che non è riuscito a cambiare totalmente la mia natura.
Sono più paziente, tollerante, amorevole...
Ma raggiungo un limite, è la mia misura colma, in barba al segno che mi avrebbe voluta grata in eterno e privata della capacità di crescere il mio bambino senza una misura.
Mi sento in colpa... certo.
L'ho voluto, così tanto e ho sperato e pregato e pianto e... smesso perfino di respirare.
Adesso mi lamento? Sono stanca? Sbuffo? Mi inalbero?
Con lui?
Non ne ho il diritto...
Oppure sì?
Ad un certo punto, sì.
Perché sono sana. Normale. Umana.
E ho una misura.
Sono stanca perché non dormo.
Mi lamento perché sono stanca.
Mi inalbero perché lui, che è un piccolo bambino, non ha la misura.
Non ancora. Come è normale che sia.
Quel senso di colpa è il segno.
Il mio segno.
Quello che mi dice che Tristano l'ho voluto con tutta l'anima e il corpo. Mi dice che l'ho sudato, patito, agognato. E' il mio preziosissimo tesoro da proteggere e custodire...
Ma in fondo sono rimasta io.
Quella che ero prima di tutto questo dolore.
Mi tengo tutto.
Il senso di colpa che mi ricorda da dove vengo. Poi la rabbia, la fatica, il lamento... che mi dicono dove voglio andare....
P.S.
Una piccola pausa dal blog...
Mi assento per qualche giorno: stanno arrivando degli amici, i nostri amici, quelli veri!
Così stacco tutto.... e mi godo totalmente la loro compagnia!
A presto!
E.
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