Giornata internazionale della consapevolezza sulla morte perinatale
Il 15 ottobre è la giornata internazionale della
consapevolezza sulla morte perinatale.
Da tempo si chiede che sia istituita come giornata nazionale
anche nel nostro paese.
Io provo sentimenti conflittuali in merito: ritengo che sia
utile avere un giorno dedicato alla consapevolezza. Credo che possa diventare
un’ottima occasione in cui informare, divulgare e accendere l’attenzione sulle
gravose implicazioni emotive legate alla perdita di un bambino non ancora nato
o appena nato. Può diventare un’occasione per scoprire quali siano le associazioni
che si occupano del sostegno al lutto perinatale. E’ certamente l’occasione
migliore per le associazioni di mostrarsi e tendere la loro mano verso chi è in
cerca di aiuto. E’ anche un’ottima occasione per offrire percorsi formativi
agli operatori del servizio sanitario, che si trovano a dover accompagnare
genitori e famiglie lungo questo difficile percorso.
E’ certamente utile focalizzare molte energie in una
giornata dedicata, in cui i riflettori saranno accesi specificatamente sul
tema, per far conoscere l’esistenza di questo lutto, la difficoltà ad
elaborarlo, tentando di instillare un po’ di quella cultura che manca così
tanto.
Il senso di questa giornata per me si guasta quando
l’obiettivo diventa la commemorazione di tutti i bambini persi e la
consolazione di tutti i loro ‘genitori speciali’.
Ecco, penso che si fosse partiti così bene, dritti vero la
meta dell’informazione e la divulgazione, per poi finire nel patetico
melodramma.
So bene che molti inorridiranno sdegnati, ma vorrei proporre
un’alternativa al bisogno di stringersi e sentirsi meno soli, commemorando i
figli che non ci sono più: dato che si tratta di figli morti, perché non li
commemoriamo come tutti gli altri morti?
Perché questi nostri morti non sono più morti di altri o
morti a parte.
E noi, persone in lutto, non siamo più in lutto di altri -
genitori, figli, nipoti, mariti, mogli e amici - che hanno perso chi amavano.
E’ a causa della quasi totale disattenzione che c’è per il
nostro dolore, che ci sentiamo autorizzati a fare di noi ‘genitori speciali’ e
dei nostri figli dei ‘figli speciali’?
Se il bisogno è quello di essere riconosciuti, compresi,
accettati, non è sufficiente presentarsi, informare e spiegare?
La mia sensazione è che, seguendo la scia luminosa, più che
sentirmi stretta in un abbraccio confortante, mi sento commiserata in un
pietismo inutile.
Girovagando in rete, ho trovato un video del 2009 in
rappresentazione del 15 ottobre.
Su una musica commovente, scorrono immagini struggenti, che
rappresentano ciò che non abbiamo più o non abbiamo mai potuto avere, il tutto
coronato da alcune frasi ad effetto:
Per quanto ti avrei
amato…
Per come ci manchi
ogni giorno…
Perché non vogliamo
dimenticarti.
Accendi una candela
per non dimenticarli.
Io non ho smesso di amare le mie figlie perché sono morte.
Ho imparato a convivere con la loro assenza, dunque non mi
mancano più, almeno non continuamente.
Nonostante non mi manchino, non le ho dimenticate, non mi
serve un giorno ‘speciale’ per ricordarle, né mi occorre che altri le ricordino
con me e per me.
Se fossi una che accende candele… le mie sarebbero
illuminate il 2 novembre, giornata della commemorazione dei defunti.
Per me il lutto è un fatto privato. Non ho mai commemorato
in piazza la perdita dei miei cari: le mie figlie non sono diverse dagli altri
miei morti.
Non capisco quale vantaggio ci sia nel desiderare che la
comunità intera si fermi e ricordi con me due dei miei morti, se non quello di
farmi compatire.
Io ritengo che a volte ci siano iniziative, determinate
dalla volontà comprensibile di dare voce al silenzio, che sconfinano nel
pietismo, spostando l’attenzione dall'obiettivo, che dovrebbe essere il
sacrosanto diritto di vedere legittimato un dolore enorme che esiste davvero.
Ci sono iniziative che hanno il sapore di non voler uscire
mai da questo dolore, come se parlando di esso senza struggimento e commozione,
fosse segno d’aver dimenticato chi non c’è più.
Non esiste solo un modo di portare su di sé e con sé il
dolore, la memoria, l’amore per chi non c’è più. Dunque si possono amare e
ricordare i propri cari, senza il bisogno di mostrarlo al mondo, non accendendo
mai alcuna candela, accendendone una ogni tanto, oppure tutti i giorni.
Il mio 15 ottobre ha trovato espressione il 23 settembre: prossimamente racconterò il perché. Nel frattempo sto lavorando per continuare a dare rilevanza a questo tema, affinché entri nella cultura, almeno di coloro coi quali ho occasione di relazionarmi. Forse riuscirò a concentrare alcune importanti energie proprio il 15 ottobre, ma se non fosse possibile proprio per quella data, pazienza... Il senso del 15 ottobre può essere espresso anche in ogni altro giorno dell'anno!
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