Mi giunge notizia dell'organizzazione no profit
Now I Lay Me Down, la cui iniziativa è quella di "permettere ai genitori di immortalare gli ultimi istanti del proprio bebè perché il dolore trovi conforto nel ricordo".
Guardo queste foto e penso che ridurre tutto a permettere loro di avere ricordo del loro figlio perso sia riduttivo.
Dentro queste foto c'è molto di più!
Immagino quella mamma e quel papà avere riflettuto se questo gesto potesse essere per loro di sollievo.
Li immagino confrontarsi, mentre sono sopraffatti dal dolore.
Immagino quella mamma vestirsi, scegliere gli abiti con cui apparire la mamma del suo bambino, in quello che potrebbe essere l'unico scatto che avrà con lui e di lui.
Immagino questi genitori prendere in braccio il loro piccolo che non respira, tenerlo stretto e lasciare che qualcun altro condivida con loro la loro verità: sono genitori di un bambino che non vive.
Questi sono genitori che già stanno seguendo il loro percorso di accettazione.
Questi sono genitori che hanno trovato qualcuno in grado di condividere e legittimare la loro realtà.
Ma in queste foto c'è molto altro ancora.
C'è una realtà socializzata e mostrata al pubblico: tutto.
Mi immagino quelli più reticenti e scandalizzati borbottare quanto sia macabro e poco privato mostrare immagini di cotanta riservatezza...
Perché la morte è un fatto privato.
Ma qui non c'è morte, qui c'è maternità.
Perché è maternità anche quella per un figlio che non respira più.
Se non ci avessero detto in anticipo che la foto rappresentava un bimbo non più in vita, noi non avremmo avuto dubbi sul fatto che fosse un bimbo che stesse dormendo.
Ed è esattamente questo l'aspetto di quei bimbi che sono spesso ignorati e negati: sono bimbi come tutti gli altri.
Nella nostra società, così tanto legata all'immagine, questa è un'iniziativa che vale più di mille parole.
Infine, il mio personale stato d'animo verso questi scatti, è di ammirazione.
Sono scatti che suscitano in me un senso di pace, di verità, perfino di sollievo.
Perché se è vero che alla morte non c'è rimedio, mi rincuora sapere che c'è chi non è lasciato solo.
C'è chi viene trattato come un genitore qualunque, viene mostrato come un genitore qualunque.
Noi, genitori di bambini morti, che di solito stiamo in stanze a parte, di cui non si parla nei corridoi degli ospedali per non suscitare il terrore nei reparti; noi, verso i quali spesso non ci sono cose da dire o non si sa come fare; noi, che talvolta vediamo smaltire i nostri figli non ancora degni d'essere considerati tali; noi che facciamo così tanta fatica ad essere considerati genitori; noi, dei quali ci si dimentica appena non ci si ha sotto tiro, perché il dolore altrui è scomodo e difficile da sopportare.
A noi, che alla meglio vengono fornite informazioni a parte, stiamo nei siti a parte, siamo parte di gruppi a parte, in queste foto, grazie a questi fotografi, siamo esattamente come tutti gli altri.
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